Quale legame profondo può unire una celebrazione istituzionale ad un luogo di formazione come la scuola?
Il 10 aprile la nostra Scuola, l’Istituto di Istruzione Superiore “Savoia Benincasa”, ha ospitato la celebrazione della Festa della Polizia di Stato per il 174° anniversario della sua fondazione. Non è stata solo una cerimonia formale, ma un momento intenso, capace di lasciare un segno profondo in noi studenti.
Tra i vari interventi, uno in particolare ha colpito l’attenzione e la sensibilità di tutti: il discorso del Questore, dottor Cesare Capocasa. Le sue parole non si sono limitate a raccontare il ruolo delle forze dell’ordine, ma hanno posto al centro un tema fondamentale: la Scuola.
Il Questore ha richiamato il pensiero di Norberto Bobbio, sottolineando come la democrazia si fondi sulla conoscenza, sulla consapevolezza e sulla partecipazione attiva dei cittadini. Ha poi evocato figure simbolo della lotta alla mafia, come Paolo Borsellino, ricordandoci che la giustizia non è solo un compito delle istituzioni, ma una responsabilità condivisa.
Ma il momento che più ha colpito molti di noi è stato quello in cui, citando Antonio Caponnetto, ci ha detto: “La mafia teme la scuola più della giustizia, perché l’istruzione toglie l’erba sotto i piedi della cultura mafiosa”.
In quel momento, nell’Aula Magna della scuola è sceso il silenzio, non vuoto, ma carico di significato. Come studente, ho percepito chiaramente che quelle parole non erano rivolte a un pubblico generico, ma ciascuno di noi. Ci riguardavano.
Spesso viviamo la scuola come un obbligo, fatto di verifiche, voti, scadenze. Eppure, in quell’istante, tutto ha assunto un senso e significato diversi. La scuola non è solo un luogo dove si apprendono nozioni, ma uno spazio in cui si costruisce la libertà di ciascuno. Ogni libro letto, ogni lezione seguita, ogni confronto con gli altri rappresenta un piccolo passo contro l’ignoranza, l’indifferenza e, in ultima analisi, contro ogni forma di illegalità.
Le parole del Questore hanno fatto emergere un’idea potente: la legalità non nasce solo nei tribunali, ma tra i banchi di scuola. È qui che si formano cittadini consapevoli, capaci di distinguere il giusto dallo sbagliato e di non lasciarsi trascinare dalla cultura della sopraffazione.
Uscendo da quell’incontro, molti di noi non erano più gli stessi. Non perché fosse successo qualcosa di straordinario in apparenza, ma perché qualcosa era cambiato dentro. La sensazione più forte era quella di avere una responsabilità: quella di non restare indifferenti.
In un tempo che il Questore ha definito “geopoliticamente disastroso”, segnato da conflitti e tensioni, il messaggio che abbiamo ricevuto è stato chiaro: il futuro non si subisce, si costruisce. E si costruisce, prima di tutto, attraverso la cultura.
Forse è proprio questo il significato più profondo della giornata: capire che la scuola e lo Stato non sono realtà lontane, ma alleate. E che noi studenti non siamo spettatori, ma protagonisti di un cambiamento possibile.
Tommaso Montinaro
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A. M.
Personale tecnico